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Storia di un ornitorinco

(O resoconto postmoderno di un convegno)

In questi giorni sul mio comodino c’è The New York Trilogy di Paul Auster, che inizia col romanzo City of Glass in cui il tema dell’identità e quello tra le parole e le cose sono centrali.

Durante il convegno Martini in Motion (28/01/2023) mi è stato chiesto di definirmi, come facessi a conciliare il mio essere insegnante con il mio essere atleta, come si potesse essere intellettuali e sportivi nello stesso tempo. La risposta sta tutta nella massima di Giovenale Mens sana in corpore sano. Di fatto, tutte le volte che ho scelto o sono stata costretta a scegliere tra l’aspetto sportivo e quello intellettuale ho percepito un disequilibrio, un malessere, un disagio fisico e spirituale. Nel biennio che ha preceduto le Paralimpiadi di Rio 2016, mi sono concentrata molto più sul corpo che sullo spirito e questo ha sicuramente avuto un impatto sulla mente, costretta a combattere con l’ansia da prestazione, ma anche il corpo non stava bene: allenamenti poco brillanti, gare sottotono, un’influenza lunga più di un mese. Specularmente, quando durante il lockdown da Covid-19 le piscine sono state chiuse e mi è stato impedito di svolgere attività sportiva, è sicuramente il corpo che ne ha risentito, con l’aumento di peso, il mal di schiena cronico, la circolazione agli arti inferiori rallentata, ma anche la mente non funzionava bene, con ridotta capacità di concentrazione e un forte stress emotivo.

Sportiva o intellettuale, dunque? Per me, una cosa non può stare senza l’altra: il mio lavorio mentale è necessario per vivere con adeguata leggerezza lo sport, e lo sport è necessario perché il mio cervello si prenda delle pause da quello che altrimenti sarebbe un incessante lavorio mentale. Nessuna classificazione, dunque, proprio come l’ornitorinco, il simpatico animaletto che nell’Ottocento ha fatto impazzire i naturalisti di mezzo mondo.

Ma è davvero necessario classificare, definire un essere umano? “Per separare ed eventualmente escludere, occorre prima classificare” (Marco Aime, 2020). Spero che aver incontrato lo sport paralimpico a scuola abbia significato, per gli alunni del Martini, oltrepassare il confine tra “noi” e “loro”, tra chi ha una disabilità e chi non ce l’ha; evitare la facile trappola di incasellare gli atleti paralimpici nelle categorie di “poverini” o “supereroi”; capire che non ci sono corpi abili e disabili, ma persone con diverse abilità, senza arrivare a quella visione forse un po’ estrema e a sua volta classificatrice che vede i cosiddetti normodotati come TAB (temporarily able-bodied people). 

Insomma, spero che abbiano capito che non è necessario incasellare gli ornitorinchi che incontreranno in questa o quell’altra categoria. Saranno sempre inclassificabili, ed è per questo che saranno sempre unici e insostituibili.

Titoli e riferimenti bibliografici per chi volesse approfondire. 

Aime Marco, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Einaudi, 2020.

Auster Paul, The New York Trilogy, Faber&Faber, 2010 (1987).

Eco Umberto, Kant e l’ornitorinco, Bompiani, 1997.

Goodley Dan, Disability Studies. An interdisciplinary introduction, SAGE, 2017.

Francesca Secci
Francesca Secci
Docente ITE P. Martini
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