Il fenomeno delle grandi dimissioni è una tendenza registrata a livello globale ma che in Italia si sta allargando. Il numero di coloro che lasciano il lavoro continua ad aumentare: le dimissioni registrate nel nostro Paese hanno raggiunto un totale di 1,6 milioni di persone. Secondo la classifica, sotto i contratti a termine non rinnovati, troviamo le dimissioni volontarie: cercare un lavoro meglio retribuito o riuscire a conciliare i tempi lavorativi con le esigenze familiari è una scelta che per alcuni diventa necessità.
L’Associazione Italiana Direzione del Personale ha evidenziato come le grandi dimissioni siano anche il frutto del divario economico, sociale e culturale che si è creato tra la generazione dei baby boomer, i millennial e la Generazione Z. I giovani rivendicano retribuzioni più eque e maggiore attenzione al benessere. Secondo Giulio Romani, rappresentante della Cisl, bisogna rivedere i modelli organizzativi investendo su una maggiore qualità del lavoro dato che le imprese in cui si sviluppa benessere sono una minoranza e sono quelle dai 10 ai 250 dipendenti; la platea delle imprese italiane, invece, è occupata per circa il 95% da microimprese, quelle con la minore produttività, all’interno delle quali si fatica di più a sviluppare forme di welfare integrativo e dove non vi è contrattazione .
Secondo Tania Scacchetti, della Cgil, l’aumento delle dimissioni può avere spiegazioni differenti e può essere legato alla scarsa valorizzazione professionale da parte delle imprese. Come sottolinea Ivana Veronese, della Uil, molte dimissioni volontarie sono un segno del modo in cui le priorità, anche nella testa dei lavoratori, siano cambiate. Infatti, se la retribuzione è troppo bassa o gli orari non sono agevoli, un lavoro, anche se sicuro, lo si può lasciare. A rinforzare la scelta del cambiamento anche la ricerca di aziende che garantiscano la possibilità di lavorare, almeno in parte, in smart working.
