lunedì, Settembre 21, 2026
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Ricordati che devi morire!

“Ricordati che devi morire!” tuonava il frate francescano di Non ci resta che piangere contro un attonito Massimo Troisi, che rispondeva “sì sì… no, mo’ me lo segno proprio…”. 

Io fu’ già quel che voi sete, e quel ch’i’ son voi anco sarete: il memento mori del sarcofago di Adamo nella Trinità di Masaccio ricorda senza troppi giri di parole l’ineluttabilità dell’ora canonica. 

Nemini parco ribadisce, a scanso di equivoci, la Signora con la falce della chiesa del Santo Sepolcro di Cagliari.  

Nella Storia dell’Arte non si contano le nature morte, metafore della caducità dell’esistenza effimera che rimandano ai concetti escatologici espressi nell’Ecclesiaste: vanitas vanitatum et omnia vanitas, ovvero nihil sub sole novum. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole e abbiamo un’unica certezza: dobbiamo morire. Amen.

Gli antichi ne avevano una chiara coscienza: la morte era vista come un aspetto della vita e la si accettava con lucida consapevolezza e umana arrendevolezza. 

Cos’è cambiato nella percezione contemporanea della morte? Oggi, più che altro, assistiamo alla degenerazione kitsch di una festa secolarizzata come Halloween, ormai sempre più commercialmente svilita nei suoi intenti originari, tra fautori e detrattori, tra quanti ci speculano e quanti, dal canto loro, invocano veglie notturne per cacciare i diavoli e le streghe che in quest’occasione verrebbero richiamati dal regno delle tenebre … sono note le “crociate” di evangelisti e protestanti o di qualche cattolico, come l’esorcista Amorth nomen omen.

Ma forse All Hallows Eve, la notte prima di Ognissanti collegata con la festa dei Morti, potrebbe a buon diritto essere spiegata soprattutto ai bambini con riferimento alle sue radici culturali, storiche e antropologiche, e al suo fondamentale significato psicologico, invece di essere demonizzata tout court. Anche perché i bambini hanno un intuito che prescinde da tabù e stereotipi culturali che non fanno altro che allontanarli dalla realtà delle cose ultime.  

Ciò che da sempre terrorizza gli uomini, più della stessa morte, è la paura dell’ignoto. Il timore delle anime vaganti senza consolazione che tornano ad infestare le dimore dei vivi accompagna tutte le culture dall’alba dei tempi. Da qui un’infinità di riti funerari di propiziazione e augurio di vita beata. Senza andare troppo lontano nei tempi, pensiamo all’obolo di Caronte che i Greci mettevano sotto la lingua dei defunti come viatico per il trasporto delle anime al di là dell’Acheronte, nell’Ade. E pensiamo alle tante feste di propiziazione, intercessione e comunione con i morti celebrate nel mondo pagano romano.

 

Il rito del refrigerium – attestato a Cornus fino al VII secolo – rinsaldava il legame tra i vivi e i morti nella celebrazione del dies natalis, il giorno della rinascita a nuova vita del defunto. Il cibo introdotto all’interno delle tombe attraverso condotti terminanti all’altezza della bocca delle salme aveva lo stesso valore beneaugurante dell’obolo di Caronte; mentre la libagione consumata nei cimiteri dalla famiglia e dalla comunità rivestiva un indubbio valore sociale, oltre che spirituale. L’abitudine di riunirsi per la veglia funebre e consumare pasti comunitari nelle case – o addirittura nei cimiteri, come accade ancor oggi in Calabria nonostante la proibizione di un editto papale – non si discosta poi così tanto dal rito del refrigerium pagano: possiamo meravigliarcene? 

I Romani erano soliti commemorare i morti il primo novembre con offerte di mele alla la dea dei frutti Pomona per propiziarsi la fertilità. Durante i Parentalia, celebrati ogni anno dal 13 al 21 febbraio in onore dei defunti della famiglia (parentes), si offrivano vivande alle anime degli antenati. L’ultimo giorno dei Parentalia corrispondeva ai Feralia. L’etimologia del nome di questa festa, che deriva dal latino ferre, “portare”, allude all’uso di portare doni ai morti per placarne le anime, introdotto nel Lazio da Enea, che avrebbe versato vino e violette sulla tomba di Anchise, come ci narra Ovidio nei Fasti.

Nella prima metà del mese di maggio, invece, si celebravano le Lemuria per tenere buoni gli spiriti dei morti (lemuri) che perseguitavano i vivi perché non trovavano pace per via della loro morte violenta. Il rituale, introdotto sempre secondo Ovidio da Romolo per placare lo spirito di Remo, prevedeva che il pater familias gettasse in casa per nove volte alle proprie spalle delle fave e recitasse delle formule propiziatorie.

Nove giorni dopo il seppellimento o la cremazione i parenti del defunto davano quindi una festa, la coena novendialis, in cui si versava del vino sulla tomba o sulle ceneri del defunto. Sono tante le connessioni sincretiche della simbologia del vino. Nella mitopoiesi il processo di fermentazione sta alla base della creazione. Divinità tutelare della bevanda fermentata per eccellenza qual è il vino, è Dioniso, dio della vita che vince la morte risorgendo dopo la sua discesa negli Inferi. Proprio come Gesù. Nel mondo pagano bere vino significa ingerire il dio: la possessione benefica della teofagia rituale viene istituzionalizzata dal Cristianesimo nel rito dell’eucarestia, con la transustanziazione del vino in sangue di Cristo. 

Durante la celebrazione dei misteri dionisiaci le maschere dei geni della Terra e della fecondità svolgevano la funzione catartica dell’imposizione del cosmos attraverso l’estasi col dio e la supremazia della vita sulla morte. La tradizione del primo novembre, diffusa durante la tardo-antichità ed il Medioevo, di girare per i centri abitati, mascherati o meno, e chiedere il “pane d’anima” in cambio di preghiere in suffragio dei defunti dei donatori trova precise corrispondenze nella ritualità contemporanea celebrata in tutto il mondo. Al di là del folklore celtico, della mutuazione cristiana e della secolarizzazione americana, ancor oggi in Sardegna durante la ricorrenza dei Santi e dei Morti, celebrata con nomi evocativi come Su Prugatoriu, Is animeddas, Su mortu mortu ecc., ai bambini che all’imbrunire si recano di casa in casa chiedendo dolci e soldi in cambio di preghiere per le anime dei morti vengono offerti i dolci della tradizione come is pabassinas e il pane ‘e saba. La focaccia dolcificata coll’impasto di sapa, che è il mosto cotto, non può non ricordare il “pane d’anima” dei primi cristiani. 

Quando mangiamo il nostro pane ‘e saba non ci dobbiamo scordare del significato metaforico del mosto. Gli acini, simbolo di vita e fecondità, attraverso la spremitura che equivale alla morte, subiscono un processo chimico di trasformazione attraverso la fermentazione, che simboleggia a sua volta la resurrezione e la rinascita a nuova vita … quant’è vero che “a tavola non s’invecchia”. 

La privatizzazione e la rimozione della morte emerse durante la Grande Guerra alimentano nel secondo dopoguerra il tabù dei tabù. Oggi ci ritroviamo più che mai esposti alla morte (degli altri) senza pietà né filtri attraverso le immagini macabre e cruente propinate da mass media e videogiochi, che ce ne offrono una spettacolarizzazione distorta e morbosa. 

Una strisciante deriva postumanista positivista propugna un nuovo concetto di umanità derivante dall’ibridazione con forme non-umane attraverso l’impiego della biotecnologia e dell’ingegneria genetica volte ad un significativo miglioramento della qualità della vita secondo un’eugenetica ed un’evoluzione auto-determinate post darwiniane. Nell’epoca dei progressi della medicina e degli accanimenti terapeutici la durata media della vita si è notevolmente allungata dilatando, di fatto, la vecchiaia e rimandando di anni la morte. L’operazione culturale di rimozione della morte fa sì che vecchi e malati vengano asetticamente confinati in ospizi e ospedali, lontani dalla vista.

Halloween, Ognissanti, la festa dei Morti e i lutti familiari tutti dovrebbero rappresentare l’occasione per insegnare ritualmente ai bambini a gestire la paura della morte cavalcando, in modo ludico e istruttivo, il retaggio di tradizioni millenarie legate al valore simbolico del cibo. Il superamento della soglia della paura del mondo dei morti attuabile, per esempio, con la progressiva esorcizzazione di un luogo come il cimitero, rivela una portata educativa fondamentale anche per il recupero di una dimensione identitaria familiare che col tempo si è sempre più affievolita. 

La riscoperta consapevole dell’es collettivo porta alla condivisione di quei valori etico-sociali archetipici che rappresentano le basi del miti e delle religioni come parte integrante del nostro inconscio collettivo. Si tratta delle radici antropologiche comuni alle culture umane, che sarebbe bene non perdere mai di vista. Perché l’esperienza concreta dell’Antropologia insegna che negare la morte in una continua fuga dal senso delle cose genera un’altra morte. 

Carla Deplano
Carla Deplano
Docente ITE Martini
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