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Mio fratello. Tutta una vita con Peppino

di Giovanni Impastato
Ed. Libreria Pienogiorno, pagg. 281, Euro 17,00

Una vita con Peppino
“Sei andato a scuola, sai contare?”
“Si, so contare”
“E sai camminare?”
“Si, so camminare”
“E contare e camminare insieme lo sai fare?”
“Credo di si”
“Allora forza, conta e cammina… 1, 2, 3, 4.. .”
“Ma dove stiamo andando?”
“…Conta e cammina…95, 96, 97, 98, 99, 100… Lo sai chi ci abita qui?
“U’zu Tano ci abita qui… Cento passi ci sono da casa nostra, cento passi”.

Si potrebbe pensare che siano parole pronunciate da un pazzo. Perché mai qualcuno potrebbe essere interessato a sapere se sai contare e camminare ma, soprattutto, che cosa hanno di così importante questi 100 passi e, infine, chi è lo zio Tano? I cento passi sono la distanza che separa casa di Peppino da quella dello zio Tano o semplicemente Gaetano Badalamenti. Sono le parole di apertura del brano I 100 passi dei Modena City Ramblers tratte dall’omonimo film del 2000 di Marco Tullio Giordana, film che racconta la vita dell’attivista Peppino Impastato la cui data di morte coincide tragicamente con quella di Aldo Moro. Era il 9 Maggio del 1978. Dopo il successo del film di Marco Tullio Giordana che ha permesso alla figura di Peppino di uscire dall’ombra in cui la storia dei manuali l’aveva relegata, nel 2021 esce il romanzo di Giovanni Impastato, Mio fratello: Tutta una vita con Peppino. Primo elemento del libro da cui il lettore viene colpito è l’uso ricorrente del dialetto siciliano, scelta interessante in quanto conferisce maggiore credibilità e veridicità al racconto. L’autore sceglie di dividere il libro in tre parti. Il libro si apre con una frase di Gramsci che sottolinea l’importanza dell’istruzione vista come mezzo di rivolta per arrivare ad un cambiamento sociale: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.
La narrazione si apre nel comune di Cinisi, frazione e parte della città metropolitana di Palermo. La famiglia di Peppino è una famiglia di agricoltori legati alla mafia e lo stesso padre, Luigi, era stato spedito al confino durante il periodo fascista proprio con l’accusa di essere mafioso. Lo zio di Peppino, Cesare Manzanella, capomafia di Cinisi, fu ucciso in un attentato:
“Arrivano tutti, arrivano i contadini, arrivano gli amici di Cinisi, arriva un’ambulanza, arrivano i carabinieri… Arriva lo zio Matteo, che abbraccia la mamma stretta stretta. E lei piange e non nasconde le lacrime. Rubiamo notizie dai discorsi dei grandi. Niente pistole o fucili, per lo zio Cesare. Per ucciderlo è scoppiata una bomba, nascosta in un’automobile piazzata davanti a casa, sulla strada. Lui doveva partire con la sua Giulietta e si è trovato la strada sbarrata. Insieme a Filippo si sono avvicinati per spostarla e la bomba è esplosa.
«Una bomba» commenta Peppino. «Per il capo una bomba, certo».Lui capisce. Per me è buio totale.”
La seconda parte del libro rappresenta l’essenza di quella che è stata la figura di Peppino. Si apre subito dopo la morte dello zio Cesare e ripercorre tutte le azioni di attivismo anti mafia messe in atto da Peppino sino al maledetto 9 Maggio 1978. Tra le scelte pericolose di cui era ampiamente consapevole che avrebbe dovuto pagare il prezzo: la creazione di Radio Aut che aveva sede a Terrasini e non a Cinisi come è, in genere, riportato dai media ed era ricevibile sulla frequenza di 98.800 MHz a Terrasini e dintorni, la sua candidatura alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria. La seconda parte del romanzo si chiude con la sparizione di Peppino nella notte del 8 maggio 1978. “Ci confrontiamo ancora la sera del 6 maggio. Lui è ottimista.Il giorno dopo non lo vedo,troppo preso a incontrare, dire, incoraggiare. La sera dell’8 maggio sparisce. Sparisce per sempre”
Nella terza parte del romanzo l’autore racconta i funerali di Peppino e tutti i tentativi di depistaggio messi in atto nel corso degli anni per coprire le vere motivazioni della sua morte. Infatti, solo grazie all’impegno della madre Felicia, del fratello Giovanni e di tutti i compagni del Centro siciliano di documentazione, si riuscirono a trovare elementi tali da consentire di chiedere la riapertura dell’inchiesta sulla sua morte. La svolta arrivò nel 1984 grazie ad Antonino Caponnetto che, basandosi anche sulle indicazioni del predecessore Rocco Chinnici e sui documenti riguardanti il caso, arrivò a riconoscere la natura mafiosa dell’omicidio. Questo ha rappresentato una svolta importantissima nella lettura della morte di Peppino perché l’ha svincolata in modo definitivo dall’ombra del suicidio.

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Manuel Favarolo
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Classe 5 Q ITE P. Martini
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