lunedì, Settembre 21, 2026
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Volontariato: aiutare gli altri è aiutare sé stessi  – Intervista al tecnico Federico Schirru

Il volontariato è un’attività della quale, purtroppo, si parla poco, ma che aiuta sia chi riceve sia chi offre questo servizio. Per mettere in evidenza quest’ultimo aspetto, abbiamo ritenuto opportuno, anziché informarci attraverso la ricerca sul web, dare voce ad una persona che  conosce e  vive in prima persona l’esperienza del volontariato e che abbiamo la fortuna di avere come tecnico informatico presso il nostro istituto, il tecnico informatico Federico Schirru.

Da cosa è partita la Sua attività di volontariato?

Da un mio collega e amico che fa volontariato a Lourdes da circa quarant’anni e che mi invitava spesso ad andare con lui. La prima volta è stata nel 2009, l’ho apprezzata e da allora vado ogni anno. Mi piace aiutare il prossimo, lo trovo molto importante e, a Lourdes, ci si confronta con una realtà  quasi al limite dell’assurdo: persone che soffrono davvero e che è giusto aiutare. Spero di riuscire a partire anche quest’anno, anche se non è facile, nonostante sia tutto a spese nostre, dal volo all’alloggio, ma questo non è un problema. Per aiutare il prossimo si fa di tutto.

Si è sempre sentito a suo agio nel fare volontariato?

Sì. Noi volontari abbiamo tutti una certa età e occorre che ci aiutiamo a vicenda: il nostro lavoro può iniziare alle sei del mattino e finire alle dieci di sera. Ci sono tanti servizi da offrire, presso la piscina, all’arrivo dei treni bianchi, presso la grotta, alle cerimonie. I primi cinque anni si provano tutti i servizi, per poi decidere cosa fare. Io,  principalmente, accolgo i malati che arrivano in treno, è qualcosa di stupendo.

È difficile conciliare questa attività col suo lavoro?

I quindici giorni in cui vado a Lourdes sono i miei quindici giorni di ferie, la maggior parte delle mie ferie estive le trascorro lì. È un’esperienza da provare almeno una volta nella vita, è unica, soprattutto per un credente. La prima volta che sono andato ho pianto come un bambino.

Trova che fare il volontario sia complicato?

No, vengono insegnate le tecniche con cui prendere il malato, del quale puoi non conoscere le patologie o che può non avere gli arti o non saper camminare. Si tengono dei corsi appositi nel corso dei quali la prima cosa che viene insegnata è quella di avere sempre il sorriso.

Qual è la situazione più difficile che si è trovato ad affrontare?

Nella stazione di accoglienza ci dividiamo in squadre di sei o sette persone. Una volta, dovevamo far scendere dal treno una persona seguita da un medico, che era già in barella e aveva un respiratore. Il medico gli ha dovuto togliere il respiratore e, nel giro di un minuto, abbiamo dovuto farlo scendere dal treno per potergli rimettere il respiratore nel tempo più breve possibile. Il tutto tenendo presente che ci trovavamo in uno spazio strettissimo poiché quel treno era piuttosto vecchio.

Un’altra volta, in piscina, abbiamo aiutato un ragazzo di Napoli, in sedia a rotelle, a fare il bagno, che si fa senza vestiti e nell’acqua gelida. Una volta immerso, il ragazzo ha quasi iniziato ad urlare di felicità mentre i genitori piangevano, il tutto accompagnato dalla sessione di preghiera. Noi volontari, come ho detto, dovremmo avere sempre il sorriso, ma, per quanto io sia una persona forte, non sono riuscito a trattenere le lacrimei. Ho nascosto il volto e sono scoppiato a piangere. Sono stati momenti di ineffabile felicità sia per il malato sia per la famiglia, che, a fine servizio, ci ha ringraziato di cuore. 

Quanto tempo ci è voluto per apprendere le tecniche necessarie?

Per quanto ci sia sempre da imparare, i primi cinque anni sono considerati il periodo di apprendistato. Il servizio più difficile è l’accoglienza in aeroporto, basti pensare a quanto sia ridotto lo spazio in aereo, così come è difficile l’accoglienza in stazione. Anche il servizio in piscina è difficile, bisogna immergere il malato, per poi risollevarlo, tenendo conto che ci possono essere tantissime complicazioni diverse ma, ormai, siamo abituati.

Come si sente durante la sua attività di volontario?

Non si sente la fatica. C’è anche la parte in un certo senso divertente, perché tra volontari siamo tutti amici e, durante il tempo libero, siamo sempre fuori insieme ma, oltre questo, leggere la felicità nella persona che hai appena aiutato ripaga di tutti gli sforzi.

Tra volontari vi sentite uniti?

Sì, molto.  Non ci sono mai screzi, siamo un gruppo molto unito,  anche se eterogeneo, in cui sono presenti persone di settant’anni così come ragazzi della vostra età, spesso venuti dagli Stati Uniti, in cui sono gli stessi College ad organizzare viaggi per far vivere ai ragazzi questa esperienza. Io faccio parte dell‘Hospitalitè, ma ci sono anche altri gruppi tra cui l’UNITALSI.

Per chi parte dalla Sardegna il percorso è ulteriormente lungo perché, si deve raggiungere Porto Torres  e da qui, dopo lo sbarco, si deve proseguire in treno sino a Lourdes, quindi non è molto semplice, ma basta farlo con amore e non è un problema. Io consiglio a tutti di provare, almeno una volta, quest’esperienza. Da quando c’è stata la pandemia è cambiato tutto e, poiché questa scelta comporta delle spese, molti non sono più in grado di sostenerle ma, sino a cinque anni fa, c’erano persone che provenivano da tutto il mondo. E’ tangibile, comunque, un viavai di persone, alcune delle quali restano anche solo un giorno mentre altre che vi si trasferiscono. Un mio amico inglese, una volta andato in pensione, è andato a vivere a Lourdes per poter prestare servizio full time.

Con la collaborazione  di Niccolò Pala 5Q

Giuseppe Guerrini
Giuseppe Guerrini
Studente ITE Martini Diplomato AS 2022/2023
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