Così amava scrivere Rosario Livatino nel suo diario, si sentiva sotto la protezione solo di Dio, non aveva bisogno di essere difeso da nessun potente o associazione criminale.
Era stato soprannominato il giudice bambino perché alla tenera età di 26 anni, nel 1978, neolaureato, era diventato magistrato. Purtroppo è morto a soli 37 anni.
Le sue caratteristiche principali sono state la cordialità e l’educazione anche nei confronti del peggiore dei criminali. Raccontano che un anno, il 15 di agosto, non essendoci nessuno disposto a portare un mandato di scarcerazione in un istituto penale, in quanto tutti in ferie, fu lui stesso, personalmente a portarlo perché non riteneva giusto che un detenuto dovesse passare un giorno in più dietro le sbarre. Era una persona speciale, purtroppo è stato ucciso il 21 settembre del 1990, nella strada che va da Canicattì ad Agrigento, dalla Stidda, associazione mafiosa che stava prendendo il potere criminale nel territorio al posto di Cosa Nostra. Uno dei mandanti, Salvatore Calafato, pentito e collaboratore di giustizia, ha affermato che la causa dell’omicidio fu la posizione assunta dal magistrato nello scontro tra Cosa Nostra e la Stidda.
Le ultime parole di Rosario Livatino sono state “Picciotti, cosa vi ho fatto?” prima di essere sparato in faccia e quindi ucciso. Non posso non collegare queste parole alla Sacra Scrittura, Michea cap. 6,3 e al Vangelo quando Gesù in croce richiama questo versetto dell’Antico Testamento. Non a caso la Chiesa da qualche anno ha disposto la causa di beatificazione. Sarebbe il primo Giudice o Magistrato a diventare santo nella Chiesa Romana Cattolica, proprio questo dato ci fa riflettere su quanto sia difficile tale professione. Puzzangaro, uno dei Killer, si è pentito e ha raccontato tutto quello che ricordava dell’omicidio. In un’intervista racconta del coraggio di Livatino nel non volere la scorta perché non gli andava che qualcun altro rischiasse la vita a causa sua temendo inoltre che, non potendo raggiungere lui a causa di una eventuale protezione, i criminali se la potessero prendere con la sua famiglia, a cui teneva tantissimo.
Puzzangaro, dopo l’omicidio, si è reso conto della statura di quest’uomo che non conosceva affatto. Alla fine lui stava obbedendo ad un ordine che gli era stato impartito. Ma oggi si è reso conto che era innocente e che non meritava una fine del genere. I genitori non hanno mai espresso parole di odio e hanno vissuto il dolore in modo composto. Il killer oggi suggerisce ai ragazzi di non cedere alle lusinghe della delinquenza, fatte di soldi facili e di pseudo rispetto ma, al contrario, di studiare e di avere una cultura e una fede, senza le quali si cade nel cinismo e nell’individualismo. Trovo interessanti queste parole che, dette da lui, a mio parere, risultano decisamente credibili.
Interessante è anche la storia del testimone oculare Piero Nava, un milanese che, capitato per caso nel luogo dell’attentato, ha deciso di denunciare subito e ha raccolto i primi dati che hanno permesso di indirizzare le indagini verso la strada giusta. Purtroppo questa scelta molto coraggiosa l’ha portato a vivere, con la sua famiglia, una vita sotto scorta e non più libera. Eppure dopo 30 anni non si pente affatto di questa scelta e i suoi figli sono orgogliosi di lui. Penso che la storia di Livatino meriti di essere conosciuta, per il suo coraggio, per la sua determinazione e per la ricerca di giustizia che, seppure imperfetta e umana, non deve interrompersi.
